Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

Il Robot, di Massimo La Spina (usermax)

per la sezione “Storie Scalene”

Emerge di tanto in tanto da un mucchio di scatoloni accatastati, la chiamano il robot. Una macchina a controllo numerico non è una presenza così aliena, ma appare fuori posto nel contesto del capannone. Sta lì, quasi sempre ferma, senza fare neanche bella mostra di sé, perché di solito è circondata da pancali imballati, scatole di accessori, carrelli e muletti in carica.
È detta il robot perché in confronto alle altre macchine, agli occhi di chi lavora qui, sembra venire dal futuro.
Forse per i titolari, che non ammetterebbero mai di aver speso male i loro soldi, doveva essere una svolta, un investimento per ridurre, come al solito, il personale e le spese di gestione.
Di fatto non è così. Vedo spesso un tecnico a riprogrammarla, quando funziona, e un altro viene più spesso a ripararla. Ma il suo vero problema è che non si adatta ai ritmi e ai sistemi di lavoro della ditta.
A quanto ne so serve solo a forare un certo tipo di ripiani, che non si può fare con le altre foratrici se non stravolgendone le impostazioni.
Le vecchie foratrici hanno un ponte a cui si fissano le punte, che agiscono così contemporaneamente. Con quelle faccio tutti i fori in un solo movimento, in pochi secondi.
Il robot usa una punta per volta, facendo i fori uno dopo l’altro, in più di un minuto. Tempo che, per non far infuriare i titolari, e per non annoiarsi a morte, bisogna riempire con qualche altra mansione.
Il tutto accompagnato da un suono assordante come di sirena di nave: partenza bassa, innalzamento graduale, tenuta del tono per tutto il tempo della lavorazione e ridiscesa fino allo stop, quando i bracci tornano nella posizione di partenza.
Si cambia il pezzo o si gira, se deve essere forato da entrambi i lati, si schiaccia il tasto Start e la sirena riattacca.
Se mi giro da un’altra parte, verso la mia foratrice o verso i finestroni traslucidi che impediscono di vedere il cielo, posso immaginare di essere affacciato su un porto o di essere su una di quelle navi che se ne stanno andando.

 

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