Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

Il Volo

di Effe (Herzog)

Di quanta distanza si può dar misura, tra un lato e l’altro della stessa via? Molta, di vita e di destino.
A mai più di uno sguardo, da finestra a finestra, a mai più di una voce appena di richiamo; così ricordo i nostri anni più precoci.
Lui di luce e spazi aperti, e lieve; di ombra invece io e di solidi bastioni. Eravamo il rimpianto ciascuno per la parte incompleta dell’altro.
Alla nascita, subito il suo corpo prese a veleggiare verso l’alto leggero della stanza.
Lo legò alla caviglia una levatrice, vecchia d’anni e di esperienze.
“Ne ho visti altri – disse – di quelli nati come lui. Basta spiegargli le cose di natura, il tempo e la ragione guariranno il docile volo”.
Né l’uno né l’altra lo raggiunsero mai.
Allo sguardo della gente di quartiere sembrò strana la vista del bambino che i piedi non aveva mai in terra, e usciva di casa solo a mano di qualcuno che gli fosse àncora e salvezza.
Diverso lo facevano sentire i sentimenti d’altri, e chi lo additava sottovoce.
Gli regalarono allora un paio di scarpe blu infine, di piombo le suole a trattenere la corrente che lo alzava in verticale.
Normale quindi all’apparenza, ma al prezzo d’una falsa gravità.
La vicinanza d’animo e di casa ci portò a esser separati mai. Ovunque l’uno, l’altro sempre accanto. E i primi anni non furono altro che questo, un giuramento necessario di amicizia.
Fino al giorno in cui vide il libro e l’immagine del quadro, la promenade leggera sopra i tetti di Vitesbk. Comprese allora quell’altra appartenenza: non uguale agli altri, ma a quelle immagini impossibili e vere.
Rinchiuso nella stanza il suo essere straniero, non volle più toccare persone o cose; restava solo alla finestra  a chiamare cieli e sogni.
All’altro lato della strada, ma a una distanza tale da non saperla dire, a lungo attesi ancora la mia metà leggera.
Un giorno trovarono non più lui, ma la finestra aperta, piena la stanza d’azzurro e di un addio.
Non tornò mai più.
Fu la mia stanza, allora, il confine verso il mondo estraneo. Incompleto ormai, rabbuiavo consumandomi a cercare alla finestra le basse case e gli orizzonti a spiovere dei coppi.
A mai più di uno sguardo, a mai più di una voce appena di distanza.
L’indomani, la mia stanza finalmente vuota ormai di me.
Chiusa la finestra, e dall’interno.
Sul davanzale, un paio di pesanti scarpe blu.

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