Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

Il gatto

di Luca Tassinari

Uscire di casa, mi procura una piccola vertigine che accolgo quale indizio della mia esistenza, al pari di altre esperienze sensibili come brividi e sussulti. Questo è il mio confine: al di qua ci sono io, al di là il resto del mondo, ovvero ciò che non sussulta e non rabbrividisce in me.

Un gatto attraversa la strada, corre per pochi metri sul muretto che costeggia il marciapiede e poi scivola attraverso le sbarre di una cancellata. Ora è immobile in un cortile illuminato da un quarto di luna, le orecchie appiattite sulla testa, gli occhi spalancati su di me o sul punto da cui è entrato.

Posso intuire che un ente a me simile esista, o quanto meno creda di esistere come lo credo io grazie a spasimi tutti suoi. Ma che esistano oggetti affatto privi di nervi, umori, visceri, questo mi sembra francamente risibile.

Alza la zampa posteriore destra tenendo la sinistra ben salda sul terreno, e con un elegante avvitamento porta la testa nei pressi dell’inguine, sul quale passa e ripassa la lingua con piglio da metronomo.

I battiti del cuore, i dolori al ventre, la saliva e altre deiezioni sono tutto ciò che conosco di me, gli unici segnali che ricevo capaci di istruirmi sulla mia essenza più intima: muscoli, ossa, sangue, budella, urina e merda.

Ma basta un mio passo appena per risprofondarlo nell’abisso della paura, la testa di nuovo sollevata, gli occhi enormi.

Arriverà la bestia e affonderà le sue zanne enormi nei miei fianchi. Mi farà a pezzi per appropriarsi della mia intima essenza: masticherà lentamente i muscoli, frantumerà le ossa per cavarne il midollo, il mio sangue le lorderà il muso, e nemmeno l’odore di urina e merda le rovinerà il pasto.

Un balzo, una corsa brevissima e le sue unghie già mordono la corteccia del tiglio. Poi al piccolo trotto tra le fronde, un salto oltre la ringhiera del balconcino, la finestra socchiusa si spalanca.

Le tenebre, le dolci tenebre di casa. Qui, immerso nei contorni labili di oggetti giganteschi, posso immaginare che il mio piccolo corpo si dilati per occupare tutta la stanza, tutta la casa, l’universo intero. Non ho più nulla da temere, perché se io sono l’universo allora nulla è al di fuori di me e la bestia non può ferirmi, la bestia nemmeno esiste. Spegni la luna, Dio, e lasciami dormire.

 

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