Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

La casa di Rebecca

di Undulant

La prima volta che entrai in casa di Rebecca fu un’esperienza decisamente fuori dal comune.

Rebecca mi mostrò ogni angolo della sua dimora.
Il soggiorno, innanzitutto. Poi la cucina, il bagno, la camera. Infine il giardino.

Il soggiorno, subito, mi spiazzò totalmente. Un’arpa al centro della stanza, quattro tazzine di caffè fumanti sul tavolo, la cartina della Gran Bretagna fissata a una parete. A terra, una tanica di benzina.
In cucina tre prosciutti appesi e quattro matite senza punta (e senza senso) poggiate sul fornello.
Nel bagno uno specchio rotto e una cassetta degli attrezzi. Il rubinetto della doccia stranamente aperto.
In camera, ancora, una serie di cravatte annodate sul letto, una canna da pesca vicino al comò.
E il giardino? Allibii nel vedere due anziani signori segare un albero, tre rospi gracidare su una foglia e un ritratto di Giuseppe Verdi su un cavalletto.

Quella visita mi frastornò non poco.
Era come se quegli oggetti non fossero disposti a caso, ma messi lì a comunicarmi qualcosa con un rigore che esigeva di essere scoperto.
Il mio cervello cominciò a lavorare.
I pensieri tracciavano dentro la mia testa strani ghirigori, simili a traiettorie invisibili di falene impazzite.

L’illuminazione arrivò qualche giorno dopo.
Il gabinetto, io seduto, la settimana enigmistica tra le gambe.
– Ma sì!
Ecco cosa ricordava la casa di Rebecca: la composizione di certi rebus.

Chiusi per un attimo gli occhi, presi a scorrere per l’ennesima volta le stanze visitate. Ora che tutto era più chiaro mi divertii a posizionare lettere fluttuanti nell’aria.
La casa di Rebecca era un’enorme collezione di rebus.
Chissà, qualcuno era anche nascosto, magari dentro i cassetti della scrivania o dietro le ante dell’armadio.

A pensarci bene però, io i rebus non li avevo mai sopportati.
Amavo alla follia la settimana enigmistica. Le parole crociate, le cornici concentriche, gli incroci obbligati. Adoravo perfino le vignette, anche quelle più scontate.
Ma i rebus no!

Non avevo alcuna intenzione di scoprire l’enigma che si celava dietro quella ragazza.

Rebecca. Rebus.
Rebecca, dall’ebraico, “colei che avvince gli uomini con la bellezza”. Rebus, dal latino, “con le cose”. “Colei che avvince gli uomini con le cose”, dunque.

Con me non ci riuscì.

La prima volta che entrai in casa di Rebecca fu anche l’ultima.

 

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