Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

La fine della rivoluzione

di Flavio Villani http://perqualcheoscuraragione.splinder.com

La rivoluzione russa non conflagra in una frazione di sospiro, non si propaga alla velocità della luce da Pietroburgo a Vladivostok, ma viene annunciata a piedi, a dorso di cavallo e di cammello, su strade alla mercé del fango e del disgelo, con il ferro delle sciabole e il piombo dei proiettili.
Anche negli angoli più remoti della Siberia viene portata la novella rossa: uomini dal grilletto facile percorrono a cavallo sterminate desolazioni, predicando la rivoluzione di villaggio in villaggio, requisendo vodka e bestiame, seducendo contadinotte, macellando nobili e borghesi.
Ci dev’essere necessariamente un limite fisico o un confine mentale al loro pervagare, un punto oltre il quale non valga più la pena di proseguire.
Uno di quei punti esiste e si chiama Inja, un villaggio miserabile di qualche decina di izbe decrepite perso tra i monti verderame dell’Altaj.
Quel giorno percorremmo circa 350 km verso sud-est lungo la statale M-52. Lasciammo la fragrante e fertile valle del Čemal, con i suoi meli e i suoi albicocchi, le cui falde sono popolate da salutari cedri e pini, e ci addentrammo per oscure valli di latifoglie lungo il corso della Katun’.
Salimmo attraverso villaggi, terreni arati e boschi fino ad arrivare a un vasto altopiano, pascolo per renne presidiato da Ondugaj, un campaccio rigagnoluto trapuntato di izbe annerite e struggenti ruderi di cemento di un grigio amaro e butterato come il cielo, che diffondeva una luce granulosa ma perspicua, rigata da pioggia ora lieve ora intensa.
Dopo il valico del Čike Taman ridiscendemmo nella valle della Katun’ e a perdita d’occhio di fronte a noi si dispiegarono aride valli e brulle giogaie dai crinali franati, sotto un vento fottuto che rasciugava qualsiasi polluzione d’umido: era chiaro perché i rossi avessero deciso che non valesse più la pena di proseguire.
Arrivammo a Inja, uno scaracchio d’umanità spalmato su un pianoro battuto da tramontane implacabili buono solo a pascolarci i cavalli. Da una parte della strada un enorme masso erratico, dall’altra una fermata d’autobus, un incrocio tra una casamatta e un vespasiano. Più in là, passato un ponte sopra una forra fangosa, su uno spiazzo senza predestinazione urbanistica vedemmo la grande statua di Lenin, le braccia abbandonate lungo il corpo, senza più alcuna via da indicare alla rivoluzione, se non 200 km di niente prima della Mongolia.

 

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