Blog&Nuvole

Un'iniziativa in collaborazione con La Triennale di Milano, sostenuta dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, con il patrocinio di Confartigianato

Un lavoro senza ventiquattrore

di Alessandra Galetta

Tonino Bini camminava sfiorando il muro di una caserma di polizia, il bavero dell’impermeabile sollevato, il basco schiacciato sulla testa, mentre la pioggia gli bagnava le lenti degli occhiali e le scarpe nuove.
“Te lo avevo detto io di non metterle” tuonava la voce di sua moglie nel cervello.
Aveva un ombrello nella ventiquattrore, ma non aveva voglia di tirarlo fuori, a breve avrebbe raggiunto la fermata dell’autobus e la pensilina.

Svoltò l’angolo dietro cui c’era una grande strada e invece di essere investito dallo smog e i clacson che gli causavano sempre una fitta allo stomaco, trovò il silenzio e tre gradini grigi e screpolati che non portavano da nessuna parte.
Fissò la base del secondo gradino su cui c’era un buco nero.
Bizzarro. Fu la sua ultima riflessione da uomo.
La pioggia cessò all’improvviso e lui non riusciva a staccare lo sguardo da quella cavità.
Si chinò per osservarla meglio.
Avvertì un fruscio e un profumo salmastro, poi fu risucchiato dentro.

Quando il processo terminò, colui che era stato Tonino Bini si accorse di essere diventato tutto, cioè non proprio tutto, si era trasformato in ogni cosa che non avesse un cuore e quindi in un sasso, nello smog, nel web, in un ramo che oscillava al vento che aveva preso a soffiare.
Bizzarro, pensò ancora. E gli venne voglia di sperimentare.
Si concentrò su Liliana, sua moglie, che a quell’ora terminava il turno di notte all’ospedale.
Sarà nello spogliatoio a cambiarsi.
E si fece spogliatoio. O meglio: prese coscienza di esserlo.
C’erano otto colleghe di Liliana in una stanza, a darsi il rossetto, a infilarsi gli stivali, a riporre il camice da infermiere negli armadietti, tranne lei.
Allora si fece ospedale e la individuò in un archivio nel sotterraneo che se la spassava con Luca Dono, un otorino che, con una finta diagnosi, le aveva rifatto il naso a spese dei contribuenti.
Quello che era stato Tonino Bini imprecò, ma senza più fitte allo stomaco. E si fece scaffale, raccoglitori, polvere, movimento e cadde sopra la moglie e l’amante e li lasciò storditi e nudi sul pavimento lurido.
Bene, disse. E ora che faccio?
Punirò ancora qualcuno che fa il furbo, stabilì. E dopo aiuterò chi non ce la fa. E quando mi sarò annoiato anche di questo, salverò un cattivo e peggiorerò la vita a uno sfigato.
Si fregò le mani, be’, idealmente si fregò le mani, e si mise al lavoro.

 

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